La vera storia del signor Bistecca

ovvero l’oscura necessità del sacrificio
(possiamo davvero salvare il mondo prima di cena?)

storia: Riccardo Astolfi
tempo di lettura: poco più di 10 minuti

Questa storia ha un incipit.

Siamo alle pendici della catena del Marghine, a Macomer, nel centro più centro della Sardegna. Una delle culle della dieta mediterranea, dicono. Di sicuro, della civiltà.
A Macomer negli anni ‘60 viveva un bambino che passava sempre in bici davanti al bar del paese. Tutti lo prendevano in giro chiedendogli dove stesse andando.

Si chiamava Pietro.

Strade polverose, sole a picco, i vecchi in camicia aperta fuori dal bar.
A quei tempi e in quel contesto andare a comprare una bistecca era come dire “vado in gioielleria” per una famiglia come la loro, per una qualsiasi famiglia di campagna del dopoguerra. In qualsiasi parte d’Italia o d’Europa si fosse.

Il bimbo, la volta successiva, rispose come aveva consigliato la madre e ancora oggi scherzosamente, ormai lui stesso tra i pensionati che chiacchierano fuori dal bar, viene chiamato Pietro Bistecca.

Signor Bistecca, quasi un titolo nobiliare.


Non più tardi di qualche decennio fa, un battito di ciglia nella lunga storia dell’uomo e della Terra, mangiare carne era un rito. Il rito della domenica, il rito della festa.
Un rito religioso, cattolico o pagano che fosse.
I nostri nonni pregavano prima di uccidere un animale. Lo benedicevano. Facevano festa.

Del maiale non si butta via niente, dopotutto.

Cinquant’anni dopo, eccoci qua. Un pianeta sull’orlo della crisi climatica e sociale.

La carne è ancora un rito. Ma non un rito religioso, piuttosto un rito quotidiano. Un’usanza. Una di quelle cose che si fa sovrappensiero, perchè così si deve fare, perchè così ci hanno detto, perchè così è più comodo, perchè così si è sempre fatto.

La bistecchina di pollo (così la chiamava affettuosamente mia nonna), i salumi a ogni pasto, così facili e veloci, pure preaffettati nella loro bella e rigida vaschetta di plastica. Il burger a 1 euro che non è più junk food ma pausa pranzo.

E così, in un battito di ciglia, siamo arrivati a consumare 320 milioni di tonnellate di carne all’anno (fonte: The MEAT ATLAS 2021 is jointly published by Heinrich Böll Stiftung, Berlin, Germany; Friends of the Earth Europe, Brussels, Belgium; Bund für Umwelt und Naturschutz, Berlin, Germany). 

Un numero, una quantità, che è difficile da immaginare.
Parliamo di quasi 70 kg a testa all’anno per ognuno di noi che vive nella parte fortunata del mondo, più di 5 kg al mese, quasi un chilo e mezzo a settimana.
Più di 200 g al giorno tra carne fresca, stagionata, conservata. Alla piastra, alla griglia, in un panino.
Numeri più comprensibili adesso, tremendi per me, vegetariano da una vita.

La storia continua. Puntata come puntata, come una serie di Netflix.
Di che genere parliamo?
Credo proprio che questa sia una serie catastrofica.
Chi sta rischiando di morire?

Spoiler: noi.

Sipario. 


Sono all’interno di un Airbus della British Airways, direzione Londra. E’ una fiera, è il 2019.
Ho quasi finito il nuovo libro di Jonathan Safran Foer: “Possiamo salvare il mondo prima di cena”.
E’ un macigno che ti arriva diretto sulla bocca dello stomaco, nascosto e camuffato da una prosa incredibilmente agile e leggera. Dannato Jonathan, quanto sei bravo.
Il libro scivola in un toboga di acida depressione partendo da un unico centrale punto di domanda: cosa sta succedendo al clima e cosa possiamo fare noi?
Le trecento pagine passano in due ore abbondanti tra un check in e un “allacciate le cinture, l’atterraggio è cominciato”. Pagine che riportano l’attenzione a quattro grandi macro risposte.

Cosa possiamo fare per contrastare questa crisi climatica?
Mangiare meno carne, avere pochi bambini, vivere senza macchina, volare di meno.

Niente di nuovo dal fronte, sono concetti che per noi eco ambientalisti socialisti sono quotidiani, anche se – purtroppo – molto spesso arrivano al cervello e non al cuore.
E se un’idea non arriva al cuore, non arriva nemmeno alle mani che devono plasmarla. Che devono renderla reale.

Gli stessi identici concetti li avevo ritrovati qualche mese prima nel lavori del Project Drawdown, organizzazione no profit di ricercatori e scienziati che lavora quotidianamente per sviluppare risorse e risposte per contrastare la crisi climatica. (si veda www.drawdown.org e il libro “Drawdown. Il piano più completo mai proposto per invertire il corso del riscaldamento globale” di di Paul Hawken, edizione italiana a cura di Viaggi nel Tempo).

Un altro macigno.

Appena atterrati a Heathrow ho pensato: mannaggia, fare meno figli (ne ho due), vivere senza macchina (ho una macchina aziendale a gasolio che fa più 50.000 km annui e sputa nell’aria 5 tons di Co2), volare meno (e ero su un Airbus della British Airways).

Porca vacca (nel verso senso della parola).
Ecco, per fortuna che almeno sono vegetariano, ho pensato.

Perdoname Safran por mi vida loca.

Ecco la verità. Questo racconto potrebbe finire qui: è tutto molto più complesso di come sembra. E’ la vita, baby. E molto sta in quale delle due pillole che ci offre Morpheus scegliamo di ingoiare. Questione di scelte.

Scelte.

Alcune scelte dipendono principalmente da noi, altre rientrano in quel macrosistema del lavoro e dell’economia capitalistica che è difficile da scardinare in giornata.
E così la tentazione di cadere nel nichilismo del non si può più fare niente, della mia piccola scelta individuale non conta nulla, del we are fucked up è veramente forte.
Per fortuna, non è così.

Non è impossibile, ma nemmeno facile. Yes we can, almeno ci possiamo provare.
Partiamo dalle scelte che possiamo governare, quello che mettiamo nella nostra pancia.
Cominciamo dalla tavola allora. Prima di cena (o dopo colazione).

[Il titolo originale del libro è: “We are the Weather: Saving the Planet Begins at Breakfast. Possiamo salvare il mondo cominciando dalla colazione o prima di cena, come nella traduzione italiana. Non importa. Le traduzioni sono divertenti e dicono tanto di più di quello che si pensa nel profondo. Sono parole, dopotutto, e le parole ci disegnano. Ci descrivono. Nella tradizione italiana il titolo del libro è diventato così “possiamo salvare il mondo prima di cena”. il titolo originale: “Il clima siamo noi”, è diventato sottotitolo, piccolo e nascosto. E’ un rovesciamento delle parti: la vittima della storia qui siamo noi. E siamo noi anche il cattivo della storia. Vittima e carnefice. Siamo noi che dobbiamo salvarci e noi che possiamo salvarci. Nolan scansate. Complicato ma bello, quando tutto dipende da te.]

Noi ambientalisti ecosocialisti la facciamo facile, è tutto lì che ribolle, lì nel nostro brodo primordiale fatto di tofu, seitan, tempeh. E fermentini. Che ci vuole, ecco una bella plant based vegan fake quinoa bowl per pranzo.
E’ tutto così facile per chi ha cervello e portafoglio gonfi.

Non siamo mai stati così lontani dal paese reale.

E invece.
Di recente sono stato a un compleanno di un amico di mio figlio. Amici con gli adesivi dei gruppi bio ambientalisti sulla bici a scatto fisso, del no al telefonino e nemmeno ai videogiochi.
Il menu della merenda di compleanno? Monocolore e monotematico, come il futuro che ci aspetta se continuiamo a ignorare i segnali del Pianeta.
Panini al latte con la mortadella. Nessuna scelta vegetariana. Nessuna scelta vegana. Nessuna scelta inclusiva. Nessuna ricerca del rispetto delle diversità e della biodiversità.

Fine.

E’ un compleanno dopotutto, non stare a rompere, Riccardo.  

Cosa significa tutto questo?
Come mai anche chi si identifica come bio-freak attracca nel porto facile del salume comfort food a basso costo, così-piace-a-tutti?
E’ più difficile di come sembra, dicevamo.

Ricapitoliamo. Siamo fottuti. Ma possiamo ancora farcela. Ma il mio nemico è il mio vicino. Il mio nemico sono io.
E allora come ci si salva?

Un passo alla volta, mano nella mano.

Potrei farmi odiare a qualsiasi festa di compleanno urlando che Il 14,5% delle emissioni globali arriva dal settore degli allevamenti di bestiame, che ogni anno vengono macellati circa 75 miliardi di animali, per produrre circa 325 milioni di tonnellate di carne.
Potrei brindare a capodanno alle venti più grandi aziende produttrici di carne e latticini al mondo che emettono tanti gas serra quanto l’intera Germania, ovvero 932 milioni di tonnellate di CO2e all’anno.

E tutto questo per farci costare la carne così poco.

Potrei raccontare alla mia vicina di tavolo in questo bar di Bologna dove sto scrivendo questo pezzo che un panino alla mortadella al giorno non toglie il medico di torno, ma ci avvicina sempre di più a un mondo dove andare o meno dal medico sarà l’ultimo dei nostri problemi, quando i divani su cui poggiamo i nostri culi occidentali prenderanno fuoco.
Ecco forse perchè non mi invitano mai alle feste di compleanno.

Questo sono dati disponibili per tutti. Basta un ricerca su Google.
E potremmo continuare all’infinito. Dati crudi, come una tartare sul nostro amaro piatto di questo caldissimo inizio millennio.

Ma i dati non bastano.
Anche Safran Foer lo dice, i dati sono importanti. Ma non bastano.
I dati sono importanti. Le informazioni sono importanti. Le fonti e le basi scientifiche sono importanti. Ma solo le persone che cambiano le persone.
E allora leading by example possiamo cambiare i nostri genitori, i nostri amici, i nostri colleghi. Con un po’ di fortuna e insistenza anche i nostri nonni.
Ma poi, lasciamoli stare i nonni. Se sono loro che in parte ci hanno portati qui sul dirupo, tremendi e energivori figli del boom economico, siamo noi che dobbiamo salvarli.

Salvarci, soprattutto. Ingiusto, forse. Ma doveroso.

Il tempo sta finendo. Da che parte della storia vogliamo essere?
Ecco la ricetta.

Condividiamo le nostre lotte. Condividiamo la nostra imperfezione. Quando qualcuno condivide una lotta, un processo o un piano, è lì che è davvero stimolante, is where magic happens, direbbero gli americani. Diventa un virus, di quelli da cui è bello farsi contagiare, anche a altri viene voglia di farlo.
È un modo lungo per dire: sono arrivato a questa idea attraverso quella ricerca scientifica o quel libro letto sul volo per Londra, ma alla fine è solo un’idea. Ora diventa mia, diventa testa, cuore, braccia e mani.

Si ok. Ma in pratica, come possiamo fare?

Noi radical chic con le scarpe di pelle vegana dobbiamo evitare come una salsiccia alla grigliata di ferragosto il rischio di diventare elitari. Il mondo, ehm, noi stessi, non ci salviamo comprando i biscotti integrali alla spirulina da Naturasi (si, esistono, that’s it) invece di fare merenda con un Big Mac.
Nell’era dei mi piace e non mi piace (dannato Zuckerberg) non è con gli aut aut che si salva il mondo. I manichei dopotutto non si sono salvati prima degli altri.
Beyond Burger, Impossible Foods, i fermentini originali con solo tre ingredienti e i fake cheese non vogliono sostituire le lenticchie verdi al cenone di capodanno. Ma il cotechino, magari si. 

La new wave del cibo processato plant based cresce e crescerà sempre di più. Le chiacchiere, per fortuna, stanno a zero. E farà un ottimo lavoro in quanto ha un sapore sempre più simile alla carne (e al formaggio) e migliora e diventa più sano man mano che viene studiato, prodotto, assaggiando.
È inequivocabilmente migliore per l’ambiente e, naturalmente, per gli animali.

Biodiversità. Cultura.

E’ meglio un piatto di sorgo con le lenticchie? Sicuramente.
Ma se il sorgo fanno fatica a mangiarlo pure i miei figli, che mangiano bio e vegetariano da quando sono nati, non è che a sorgate abbatteremo il sistema. Anche il viaggio più lungo comincia dal primo passo. (E anche per stavolta abbiamo citato Lao Tsu).

Alcuni dei miei amici dicono che mangiare i sostituti della carne e del formaggio è peggio degli originali a due o quattro zampe.

Un fake che diventa fuck.

Da certi punti di vista potrebbe essere pure vero, pensa te, ma di sicuro non dal punto di vista ambientale.
Molti di loro accusano sostenendo che anche la produzione di alimenti a base vegetale abbia un grosso impatto nell’agricoltura, e che quindi la carne sia oltremodo demonizzata per il suo impatto sul clima.
Beh, bastano i dati: Il 90% della soia prodotta nel mondo serve come mangime: tutti i campi di soia del mondo occupano una superficie grande 1,2 milioni di chilometri quadrati, quattro volte l’Italia.

E qui, su questa griglia a forma di mare e continenti, ci siamo tutti noi. Attenzione. Ciò non significa che tutti dobbiamo diventare consumatori quotidiani di additivi, emulsionanti, addensanti, aromi e coloranti che riempiono le liste ingredienti di Beyond Meat e i suoi fratelli o che tutti dobbiamo diventare vegani fondamentalisti.
Siamo moltitudine e, come detto poco fa, siamo su un grande sentiero, anzi, su una grande mappa con migliaia di sentieri. (e qui si vede che faccio orienteering) 🙂
Ognuno giusto, ognuno diverso: siamo solo a diversi punti della storia.

Seguiamo il ritmo di chi è più veloce, aspettiamo e tendiamo la mano ai più lenti.

E poi il Beyond Meat è buono, e sticazzi qualche soddisfazione mangiando una porcata dobbiamo pur togliercela.

Alcuni potranno cominciare a sostituire la carne con qualche sostituto vegano. Altri sono già più avanti, quasi in cima, e mangiano cereali, verdure e legumi. In mezzo c’è tutto, in mezzo ci siamo noi.
Forse il Signor Bistecca della nostra storia non mangerà mai un burger vegano. E forse nemmeno un piatto di sorgo e lenticchie.

Ed è giusto così.


Cambiare il nostro modo di mangiare non sarà sufficiente di per sé a salvare il pianeta, ma non possiamo salvare il pianeta senza cambiare il nostro modo di mangiare.


questa storia è libera. condividila tutte le volte che vuoi, citando le fonti. cioè io 🙂 . grazie.