Il cibo può enshittificarsi?

Appunti gastrocenici per non diventare una monocoltura

Negli ultimi giorni mi è capitato di leggere un testo che parlava di web, piattaforme, newsletter, Substack.
Un testo che, sulla carta, non aveva nulla a che fare con il cibo.

E invece, mentre lo leggevo, succedeva una cosa strana: le parole uscivano dallo schermo, entravano in cucina, aprivano i cassetti, guardavano gli ingredienti e facevano domande.

Il termine che tornava sempre era enshittificazione.
Brutto, inelegante, perfino infantile. Proprio per questo efficace.

È un termine reso popolare da Cory Doctorow per descrivere cosa succede alle piattaforme digitali: nascono per le persone, crescono, devono monetizzare, cambiano le metriche, e a un certo punto smettono di servire chi le usa. Non peggiorano di colpo: vengono ottimizzate fino a perdere senso (Cory Doctorow).

Leggendo, mi sono chiesto una cosa semplice:

questa dinamica riguarda solo il digitale
o il cibo ci è dentro da anni senza che ce ne accorgiamo?

Spoiler: sì, il cibo si enshittifica.
E lo fa con una naturalezza impressionante.


Un food brand che nasce bene – bene davvero, non “bene da pitch” – di solito nasce così: pochi prodotti, ingredienti scelti, una pratica chiara, una relazione diretta con chi mangia.
Non ci sono KPI, c’è gusto.
Non c’è posizionamento, c’è una cucina, un laboratorio, un campo.

Poi cresce.

E crescere, di per sé, non è una colpa.

Il problema è come cresce.
E soprattutto per chi.

A un certo punto entrano nuove parole nel vocabolario quotidiano: prezzo a scaffale, rotazione, shelf life, affidabilità logistica, uniformità.
Il sistema chiede prevedibilità.
Chiede che tutto sia uguale, sempre.

Non chiede profondità.
Non chiede biodiversità.
Non chiede complessità.

Ed è qui che succede il passaggio più delicato: il prodotto smette di essere pensato per chi lo mangia e inizia a essere pensato per il sistema che lo deve far girare. GDO, piattaforme, delivery, distributori.

Non per cattiveria.
Per sopravvivenza.

Nel web succede quando una piattaforma smette di ottimizzare per le persone e inizia a ottimizzare per l’attenzione.
Nel cibo, l’attenzione si chiama prezzo, volume, standard.


Nel testo da cui sono partito c’è una metafora ecologica molto forte: monocolture digitali contro biodiversità culturale.

Nel food questa non è una metafora.
È letterale.

Secondo la FAO, nel corso del Novecento abbiamo perso circa il 75% della biodiversità agricola mondiale (FAO, The State of the World’s Biodiversity for Food and Agriculture).
La dieta globale oggi si regge su pochissime specie vegetali dominanti.
Non perché siano le migliori, ma perché sono le più gestibili dal sistema.

Stessa dinamica, altro campo:

pochi ingredienti vincono
pochi gusti diventano “accettabili”
pochi formati superano le barriere di ingresso

Il resto viene raccontato come nicchia, folklore, romanticismo.
O sparisce.


C’è poi un livello ancora più sottile, che riguarda la performatività.

Nel web, quando le piattaforme iniziano a premiare like, feed, visibilità, i contenuti si appiattiscono.
Non perché chi scrive sia meno capace, ma perché il sistema incentiva certi comportamenti.

Nel food succede la stessa cosa: packaging instagrammabile, claim rassicuranti, valori facili da raccontare.
La radicalità diventa estetica, non pratica.

È il momento in cui il racconto prende il posto del processo.

La Commissione Europea parla apertamente di greenwashing e health washing come fenomeni sistemici, non come deviazioni occasionali (European Commission, report su green claims).
Non è una questione morale.
È una questione di incentivi.


Il testo che mi ha fatto partire questo ragionamento propone una possibile via d’uscita: giardini invece di piattaforme, biodiversità invece di monocoltura, rewilding invece di ottimizzazione.

Nel food questa cosa esiste già, ma non è comoda.

Si chiama filiera corta vera, non quella dei comunicati stampa.
Si chiama accettare l’irregolarità, la stagionalità, il fatto che non tutto deve crescere.
Si chiama rinunciare a una parte della scala per non perdere il senso.

La letteratura sulle alternative food networks lo dice chiaramente: questi sistemi funzionano solo quando non cercano di imitare l’industria, ma accettano di essere altro. Più piccoli, più fragili, ma spesso più resilienti (Goodman et al., Alternative Food Networks, Routledge).


A questo punto vale la pena dirlo fino in fondo, senza girarci troppo intorno.

L’enshittificazione del cibo non è un incidente di percorso.
È il risultato coerente di un sistema economico che tratta il cibo come una merce qualsiasi, una commodity da ottimizzare, scalare, astrarre.

Il capitalismo industriale applicato al cibo non tollera la complessità: la riduce, la semplifica, la comprime.
Non perché sia cattivo.
Perché funziona così.

Il problema non è che “alcuni brand si vendono”.
Il problema è che il sistema premia chi si vende meglio, non chi fa meglio.

Quando parliamo di biodiversità, di filiere corte, di stagionalità, non stiamo facendo poesia.
Stiamo parlando di redistribuzione del potere: chi decide cosa si coltiva, cosa si mangia, cosa arriva sugli scaffali, cosa sopravvive.

Ogni standardizzazione è una scelta politica travestita da efficienza.

In questo senso, difendere la complessità del cibo non è nostalgia.
È un atto eco-socialista molto concreto.

Significa accettare che non tutto debba crescere.
Che non tutto debba diventare globale.
Che non tutto debba piacere a tutti.

Il capitalismo ama le monocolture perché sono controllabili.
Le monocolture digitali, le monocolture agricole, le monocolture del gusto.

La biodiversità, invece, è disordinata, resistente, poco prevedibile.
E per questo è politica.

Forse l’unico vero antidoto all’enshittificazione del cibo non è fare “prodotti migliori”, ma accettare sistemi meno performanti, meno lisci, meno ottimizzati.
Sistemi che lasciano spazio all’errore, alla differenza, alla relazione.

Sistemi che non promettono di conquistare il mondo,
ma di nutrire decentemente chi c’è.

Il cibo non deve vincere.
Deve durare.

E durare, oggi, è già una forma di resistenza.