Autore: Riccardo

  • 10 cose che farei se fossi un retailer che vuole diventare il primo leader No/Lo in Italia

    Farei le cose ovvie che nessuno sta facendo.

    Perché in Italia le cose ovvie sono sempre le più difficili da fare. Richiedono coraggio, visione, e la disponibilità a sembrare strani per almeno diciotto mesi prima che tutti dicano “ci avevo pensato anch’io.”

    Il mercato No/Lo europeo vale 1,7 miliardi di euro. Ha chiuso il 2025 con un +10%. Le bevande analcoliche rappresentano già quasi il 60% delle vendite totali della categoria bevande in Europa. Le alcoliche perdono l’1,8% a valore.

    In Italia, intanto, il lineare del supermercato medio ha ancora la Dreher Zero accanto alle birre artigianal-industriali e due bottigliette di succo di melagrana a 5,99 € come dichiarazione di intenti No/Lo.

    Bene.

    Chi mette il proprio nome per primo su questa mappa non vende un’alternativa all’alcol. Costruisce un’identità culturale nuova. E sì, anche un bel po’ di fatturato.

    Ecco cosa farei.

    1.

    Creerei una sezione dedicata. Fisica. Con un nome che non suoni come un gruppo di supporto. E no, non nell’angolo in fondo a sinistra di fianco al pet food.

    Il problema numero uno del No/Lo nel retail non è l’assortimento. Non è il prezzo. Non è il consumatore. Non solo almeno.

    È la dispersione.

    La birra analcolica è accanto alle birre alcoliche, che almeno ha senso, tranne che crea il confronto più scomodo possibile per la birra analcolica. Il kombucha è con i succhi o con le acque (Esselunga) o buttato a caso nel banco frigo tra i formaggi vegani: genere, categoria, universo sbagliati.
    Gli aperitivi botanici (toniche ecc.), quando ci sono, stanno tra gli energy drink come un poeta a un aperitivo aziendale con all-you-can-drink. Nessuna identità. Nessuna narrazione. Solo prodotti orfani sparsi per il negozio che chiedono scusa per esistere.

    Waitrose, e cito i britannici con la stessa energia con cui si cita il cugino che ce l’ha fatta, ha creato sezioni dedicate No/Lo in 253 negozi nel 2023, assegnando il 60% di spazio in più a questa categoria. Risultato estate 2025: +32% di vendite No/Lo sull’estate precedente. Gli spirits analcolici: +85%. La birra analcolica: +50%.

    Dato da incorniciare: Il 54% dei consumatori scopre i prodotti No/Lo al supermercato. Solo il 24% li scopre in un bar o ristorante. Il retail è il punto di ingresso nella categoria — non l’on-trade. (Fonte: BeverageDaily, 2022)

    Ma c’è una cosa che anche Waitrose non ha risolto del tutto: il nome. “Low & No Alcohol” è ancora una definizione per sottrazione. È come chiamare una libreria “Posto senza televisione”. [che, detta tra di noi, a me piacerebbe].

    Forse ha senso cercare un nome che costruisce, non che si scusa? Qualcosa che dica: qui dentro c’è un mondo. Non una dieta. Non una penitenza. Un mondo.
    Non lo so, su questo, dimmi la tua.

    2.

    Partirei dagli alcohol adjacents, non dagli analoghi. Ovvero: smetterei di vendere imitazioni.

    Il No/Lo si divide in due famiglie che il mercato confonde sistematicamente perché fa comodo confonderle.

    La prima: gli analoghi. Birra senza alcol, vino dealcolizzato, gin analcolico, whisky 0.0. Prodotti che nascono già con le scuse pronte. Che si presentano dicendo: “sono quasi come il vero.” Che dichiarano la propria inferiorità nel nome stesso.

    Sono utili. Hanno un mercato. Non li sto insultando.

    Li sto solo mettendo al loro posto — che non è il centro della strategia di un retailer che vuole costruire qualcosa di nuovo.

    La seconda famiglia: gli alcohol adjacents. Kombucha premium. Kefir d’acqua. Verjus. Shrub. Drinking vinegar. Fermentati di mosto. Botanical bitter. Sparkling tea. Prodotti che non fingono niente. Che occupano le stesse occasioni dell’alcol — l’aperitivo, il pasto, la serata — ma senza portarsi dietro il confronto con l’originale.

    IWSR, gennaio 2026: gli alcohol adjacents crescono dell’+11% in volume nel 2025. Con una base acquirenti under 35 che supera il 75% del totale.

    Gli analoghi replicano l’alcol. Gli adjacents lo rendono irrilevante. Sono due giochi diversi. Uno è difensivo. L’altro è offensivo. I retailer coraggiosi giocano in attacco.

    Esempio pratico: verjus italiano, fermentati di mosto, aceti da bere, kombucha di alta gamma, kefir d’acqua artigianale, shrub da frutta e botaniche. Range non da 4 SKU messi lì per senso di colpa. Da 30, costruito come una cantina seria.

    3.

    Costruirei il range con una logica editoriale. Non con quella di chi deve riempire il budget 2026/27 con proposte ESG.

    La logica commerciale standard dice: pochi SKU ad alta rotazione, margine alto, brand conosciuti, buyer contento.

    Funziona benissimo per la pasta (e non lo fanno, tra l’latro). Per i detersivi. Per qualsiasi cosa il consumatore conosce già, sa usare, e riacquista senza pensarci.

    Non funziona per una categoria che non esiste ancora nella testa della gente.

    Una sezione No/Lo costruita con logica puramente commerciale produce esattamente quello che già esiste in ogni supermercato italiano: qualche birra analcolica industriale con un nome tedesco, un Peroni Zero per i nazionalisti della rinuncia, e il vuoto assoluto. Poi qualcuno guarda i dati di sell-out dopo tre mesi, dice “non funziona”, e riduce lo spazio a metà.

    Il problema non era la categoria. Era il range.

    La logica editoriale funziona diversamente. Chiede: qual è la storia che voglio raccontare? E costruisce il range come un direttore di collana costruisce il catalogo. Con una voce. Con una tesi. Con una coerenza interna.

    Tre assi narrativi che userei:

    Il gusto. Fermentati, complessi, con storia e con batteri. Kombucha da fermentazione naturale. Kefir d’acqua biologico. Succhi di verdura lattici. Verjus. Non pastorizzato. Non addizionato. Non rassicurante.
    Il rito dell’aperitivo. Botanical bitter. Vermouth analcolico. Aperitivi fermentati. Tutto ciò che abita l’ora delle 18:00 senza chiedere il permesso all’etanolo. RTD premium in lattina per chi è di fretta. Shrub da miscelazione per chi vuole giocare.
    La materia prima italiana. Produttori italiani. Filiera corta. Ingredienti con un nome e un posto sulla mappa. Aceto di vino invecchiato da bere — non da condimento. Mosto d’uva fermentato artigianale. Agrumi del Sud come base per drink botanici che non esistono ancora.

    Ogni sezione ha una narrazione visiva in negozio. Ogni prodotto ha una scheda di due righe che spiega perché è qui, non solo cosa contiene. Perché il consumatore del No/Lo non legge solo l’etichetta. Vuole capire. Dategli qualcosa da capire.

    4.

    Formerei il personale come si forma un sommelier. Non come si forma qualcuno che deve ricordare dov’è lo scotch e la carta igienica.

    Questa è la cosa che i retailer italiani fanno meno di tutte le altre. E che pesa più di tutte le altre.

    Il No/Lo è una categoria che richiede mediazione umana. Non è la pasta che si vende da sola perché la nonna la compra da novant’anni. È una categoria che il consumatore non conosce, con prodotti che non sa come usare, in un’occasione — l’aperitivo, il pasto, la serata — che ha sempre riempito con qualcosa di completamente diverso.

    Se l’addetto al reparto non sa spiegare cos’è un drinking vinegar (vabbè, non esageriamo, “non sa spiegare cos’è una kombucha”), non sa consigliare un abbinamento, non sa rispondere a “ma ha un sapore strano? è acido/acida?” con qualcosa di meglio di uno scrollone di spalle — quella bottiglia rimane sullo scaffale fino alla data di scadenza. Poi viene resa. Poi il buyer dice che il No/Lo non gira.

    Il circolo vizioso del self-fulfilling prophecy del retail italiano: non formi, non vendi, concludi che non funziona, non formi.

    Il personale è il canale di comunicazione più potente che ha un retailer specialty. È quello che la GDO non ha e non può comprare con nessun piano commerciale. La GDO può avere i prezzi migliori, le promozioni più aggressive, il volantino più colorato della storia del volantino. Lo sconto più sconto degli sconti.
    Non può avere una persona che guarda il cliente negli occhi e dice: “questo kombucha viene da una produttrice di Trento, lo fa con uve bianche e zenzero fresco, e abbinato al tuo aperitivo è la cosa migliore che hai assaggiato da novembre.”

    Un retailer specialty che vende No/Lo senza formare il personale è come un ristorante giapponese dove nessuno sa cos’è il dashi. Il prodotto c’è. La mediazione manca. E il cliente torna a casa convinto che il sushi faccia schifo.

    5.

    Eliminerei la parola “senza” da tutti i touchpoint di comunicazione. Senza eccezioni. (Vabbè, quella era inevitabile.)

    Senza alcol. Alcohol-free. 0.0%. Deteinato. Decaffeinato. Dealcolizzato.

    Tutta comunicazione per sottrazione. Tutta comunicazione che parte dall’assunzione implicita che il consumatore stia rinunciando a qualcosa. Che stia scegliendo la versione diminuita di un’esperienza vera.

    La comunicazione per sottrazione è la firma di una categoria che non crede abbastanza in se stessa.

    La segnaletica in negozio dovrebbe dire altro. Gusto presente. Fermentato vivo. L’aperitivo che vuoi. Botaniche d’Italia. Non sto dicendo di nascondere che un prodotto non ha alcol — chi lo vuole sapere lo vede in etichetta, è obbligatorio per legge, non c’è bisogno che lo urli il cartello. O non solo almeno.

    Sto dicendo di scegliere cosa mettere al centro dell’attenzione. Il “senza” mette al centro quello che manca. Il “con” mette al centro quello che c’è.

    Sono due scelte di campo opposte. Una costruisce una categoria. L’altra la mantiene in uno stato di perenne adolescenza identitaria.

    6.

    Inizierei dal premium. Non dal mainstream. Ovvero: resisterei alla voce nella testa che dice “sicuro”.

    L’istinto del buyer medio, e lo dico con affetto, perché è un istinto razionale in un sistema che premia il sicuro e punisce il coraggioso, è andare sul conosciuto. Birra analcolica dei grandi brand. Succhi bio già noti. Qualche kombucha che già ruota in qualche altro negozio. Magari proprio la catena concorrente.

    Il risultato è un range che non sorprende nessuno. Che non crea nessuna ragione per venire da te invece che altrove. Che non costruisce nessuna destinazione.

    Il mainstream del No/Lo lo trovi già dappertutto. Lo trovi da Esselunga, da Coop, dal frigo in libero servizio in autogrill. Se il tuo range assomiglia a quello dell’autogrill in autostrada, hai un problema di posizionamento che nessuna promozione risolve.

    IWSR è inequivocabile: sono i segmenti premium — spirits analcolici, botanical adjacents, RTD artigianali — quelli con i tassi di crescita più alti. No-alcohol RTDs e alcohol adjacents: CAGR oltre il 20% fino al 2028.

    Il premium ha un altro vantaggio che i modelli di previsione non catturano: costruisce reputazione.

    Il consumatore che scopre un proxies artigianale in un negozio specialty — qualcosa che non avrebbe mai trovato altrove, che non sapeva nemmeno che esistesse, che gli fa chiedere “ma questo cos’è?” con la curiosità di chi vuole davvero sapere — torna. E porta qualcuno con sé.

    Il consumatore che trova la Peroni 0.0 — già vista al bar, al supermercato, al distributore automatico, in aeroporto — non ha nessun motivo particolare per tornare da te. Ti ha trovato per caso. Ti lascerà per caso.

    7.

    Sceglierei produttori italiani come asse identitario. Perché il terroir non è un’esclusiva del vino.

    Il No/Lo italiano non esiste come narrativa. Il che è assurdo, se ci pensi un secondo.

    Abbiamo la filiera vitivinicola più ricca e varia del mondo — e quindi le basi per verjus, mosti fermentati, drinking vinegar da uve autoctone che non esistono in nessun altro posto con quella complessità. Abbiamo una tradizione di fermentazione artigianale sottovalutata, dispersa, e sempre più viva. Abbiamo un patrimonio botanico: erbe alpine, radici appenniniche, agrumi del Sud, fiori di campo che l’industria delle botanicals anglosassone sogna di notte.

    Eppure il No/Lo di tendenza nei negozi italiani è inglese, australiano, americano. Seedlip viene da Lincolnshire. Lyre’s da Sydney. Ritual da Chicago.

    Ottimi prodotti. Ma non raccontano niente di italiano. Non hanno un territorio. Non hanno una faccia. Hanno un ufficio marketing e una campagna LinkedIn.

    Un retailer italiano specialty ha davanti un’occasione che non si ripresenterà: fare per il No/Lo quello che l’enoteca coraggiosa degli anni ‘90 ha fatto per il vino naturale. Scouting. Selezione. Racconto del territorio. La capacità di trovare un produttore a Matera che fa kefir d’acqua con uva primitivo e metterlo in vetrina prima che lo scopra qualcun altro.

    Il terroir non è un concetto del vino. È un principio di senso che si applica a qualsiasi bevanda che viene da un luogo, da una mano, da un tempo. La Coca-Cola non ha terroir. La kombucha di Langa sì.

    8.

    Costruirei un aperitivo No/Lo mensile in negozio. Perché il rito non si compra online.

    Il 54% dei consumatori scopre i nuovi prodotti No/Lo al supermercato. Solo il 24% in un bar.

    Questa statistica contiene una notizia straordinaria che la maggior parte dei retailer italiani ha completamente ignorato: il retail è già il principale luogo di scoperta del No/Lo. Non l’on-trade. Non il bartender. Non il ristorante. Il supermercato.

    Il che significa che i retailer stanno già facendo questo lavoro — senza saperlo, senza valorizzarlo, senza monetizzarlo. Il consumatore entra per la spesa, vede una bottiglia nuova, la compra. Fine. Nessun contesto. Nessuna storia. Nessuna ragione per tornare.

    Un aperitivo No/Lo mensile in negozio. Tre o quattro prodotti. Un bartender o una sommelier che li racconta. Abbinamenti con il cibo. Nessuna retorica salutista, zero, neanche per sbaglio. Solo gusto. Solo curiosità. Solo la domanda: vuoi sapere cosa c’è in questo bicchiere?

    Questo non è marketing. È comunità.

    La differenza conta. Il marketing ti porta una volta. La comunità ti porta ogni volta. E parla di te quando non ci sei.

    9.

    Costruirei un canale di contenuto vero. Non un catalogo. Non un comunicato stampa travestito da promozione. E viceversa.

    Il problema della comunicazione No/Lo nel retail italiano, quando esiste, che è già una notizia , è che assomiglia sempre alla stessa cosa:
    Senza zuccheri aggiunti. Fonte di probiotici. Ideale per chi vuole prendersi cura di sé.

    Roba che sembra scritta da un algoritmo AI addestrato su depliant di centri benessere e campagne ministeriali sulla prevenzione delle malattie cardiovascolari.
    O sui volantini Naturasi del 1999.

    Nessuno compra una bottiglia di kombucha alle 18:30 di un venerdì perché “è fonte di probiotici”. La compra perché è curiosa. Perché è bella. Perché ha sentito dire che sa di sidro. Di vino. Di sole cuore amore.
    Perché il commesso gliel’ha messa in mano dicendo “provala, poi mi dici.”

    Il contenuto che funziona in questa categoria è narrativo. Punto.

    Una newsletter mensile che racconta la storia di un produttore — dove sta, come ha iniziato, cosa mette dentro e perché. Un profilo social che mostra un bartender che fa uno spritz con il kefir d’acqua invece di spiegare cosa sono i polifenoli. Un QR sullo scaffale che porta a una scheda sensoriale di due minuti — scritta come la scheda di un disco, non come una voce di Wikipedia.

    Niente che parli di salute. Tutto che parli di gusto, cultura, piacere.

    Perché il consumatore del No/Lo — e questa è la cosa che l’industria non ha ancora capito — non sta rinunciando a qualcosa. Sta scegliendo qualcosa di specifico.

    La comunicazione deve riflettere questa postura. O non serve a niente.

    10.

    Misurerei le KPI giuste. Non solo il sell-out. Il sell-out è la punta dell’iceberg — e tutti fissano la punta.

    Questa è la cosa che distingue un category manager che capisce davvero da uno che esegue educatamente le istruzioni.

    Il sell-out della sezione No/Lo è necessario. È anche insufficiente. Ti dice quanto vendi. Non ti dice cosa stai costruendo. E nel No/Lo quello che costruisci è molto più importante di quello che vendi adesso.

    Le KPI che mi interesserebbero:

    Basket adjacency. I clienti che comprano No/Lo cosa mettono nel carrello insieme? Se il No/Lo finisce accanto ai formaggi artigianali e al pane a lievitazione naturale, stai costruendo un’identità coerente. Se finisce accanto alle merendine e al detersivo per i piatti, stai vendendo per caso forse e non costruendo niente.
    Frequenza di riacquisto. Un cliente che torna a comprare lo stesso kombucha per tre mesi di fila vale dieci clienti che comprano una volta per curiosità e non tornano più. Il No/Lo ha tassi di loyalty altissimi se il prodotto è buono. Va monitorato. Va coltivato. Va capito.
    Conversione da evento. Quante persone che vengono all’aperitivo in negozio comprano il giorno stesso? Quante tornano entro due settimane? Se non lo misuri, non sai se stai costruendo comunità o solo aprendo vino — ehm, kombucha — gratis. Nuovi produttori onboarded per anno. Una KPI che misura lo scouting, non le vendite. Un retailer che nel 2026 ha gli stessi identici produttori del 2025 non sta costruendo niente di nuovo. Sta amministrando l’esistente. Che va bene per la pasta. Non per una categoria che cambia ogni sei mesi.

    Misurare solo il sell-out è come giudicare un ristorante solo dal numero di coperti. Dimentichi la cucina, la sala, la cantina, i clienti che tornano ogni venerdì perché si sentono a casa. Dimentichi tutto quello che fa sì che la gente torni. E il giorno che smettono di tornare, non sai perché.


    Postscriptum — ovvero: perché nessuno l’ha ancora fatto

    Ho appena descritto dieci cose concrete, basate su dati reali e casi internazionali verificabili, che non richiedono tecnologie nuove, investimenti enormi o un cambio di statuto societario.

    Waitrose ha fatto la sezione dedicata: +32% in un’estate. Town & Country Market ha fatto lo scaffale No/Lo: +150% in un anno. IWSR dice che chi entra adesso sul No/Lo premium cresce a doppia cifra fino al 2029. Circana dice che in Europa le analcoliche hanno già superato le alcoliche in valore.

    E in Italia?

    Niente.

    Non per mancanza di dati: i dati ci sono. Non per mancanza di prodotti: i prodotti ci sono. Non per mancanza di consumatori: i consumatori ci sono e nel frattempo ordinano su Amazon UK quello che il negozio sotto casa non ha.

    Per una ragione sola, a mio avviso: mancano persone disposte a difendere questa categoria nelle riunioni in cui qualcuno dirà “ma l’analcolico non è ancora un mercato di massa”, esattamente come qualcuno, nel 1995, diceva che il biologico non era un mercato di massa.

    Servono persone che abbiano la visione culturale e la competenza tecnica insieme. Il category manager che capisce solo i numeri non capisce perché un fermentato artigianale vale dieci volte una birra senza alcol industriale e costruisce un posizionamento diverso. Il comunicatore che capisce solo la cultura non sa costruire un planogramma, negoziare con un fornitore, o spiegare al direttore acquisti perché la frequenza di riacquisto è una KPI che conta.

    Il No/Lo richiede entrambe le cose. Richiede qualcuno che sappia stare in un magazzino e in un testo teorico e poetico. Che sappia assaggiare un fermentato e leggere un’analisi scanner Nielsen. Che sappia cosa vuol dire terroir e cosa vuol dire basket adjacency. Che non si vergogni di nessuna delle due cose.

    Quella persona in Italia ancora non ha un ruolo istituzionale in nessun retailer.

    Il mercato è aperto. La mappa è vuota.

    Chi mette il proprio nome per primo?

  • Il paradosso più onesto del no/lo

    Spero che l’alcol stia bene, perché ho bisogno che qualcuno ci compri.

    Guardavo un video su youtube dal podcast Drinks with Benefits.

    https://www.youtube-nocookie.com/embed/ErV4xzjitAE?rel=0&autoplay=0&showinfo=0&enablejsapi=0

    Melanie Masarin, fondatrice di Ghia, dice una cosa che vale la pena fermarsi a sentire.

    «Spero che l’alcol stia bene, perché ho bisogno che qualcuno ci compri.»

    Detto così, ridendo, mentre spiega che è contenta che i consumatori bevano meno.

    È il paradosso strutturale di tutto il nostro magico settore no/lo, messo in voce con una franchezza insolita.
    Non è ipocrisia. È la mappa esatta del territorio.


    La struttura del gioco

    I grandi gruppi alcolici stanno perdendo vendite. Le vendite di alcol in volume calano, in modo significativo in birra e spirits premium.1
    I titoli scendono. Ci sono licenziamenti. Il Surgeon General americano ha collegato l’alcol al rischio cancro in un’advisory ufficiale a gennaio 2025. (ma dai, veramente?)

    E nel frattempo quegli stessi gruppi comprano, investono, lanciano no/lo a tutto gas.

    Diageo ha acquisito Ritual Zero Proof nel settembre 2024, completando l’operazione iniziata con una quota di minoranza nel 2020 attraverso il suo acceleratore Distill Ventures. Oggi detiene tre dei cinque brand alcohol-free più grandi al mondo per valore (Gordon’s 0.0, Tanqueray 0.0, Seedlip) e si proclama numero uno mondiale nel segmento.2

    Ottimo.

    A febbraio 2025, Constellation Brands ha preso una quota di minoranza in Hiyo, tonic funzionale con adattogeni a 0% ABV. Non è il primo colpo: nel 2023 aveva già investito in Töst.3

    Moët Hennessy, la divisione vini e spirits di LVMH, ha acquisito il 30% di French Bloom, sparkling wine analcolico premium, a ottobre 2024. Prima incursione nel no/lo per il gruppo che possiede Dom Pérignon, Belvedere e Hennessy.4

    Pernod Ricard, intanto, ha costruito un’unità dedicata al no/lo a Parigi nel 2022, aperto un hub R&D nel sud della Francia, lanciato Beefeater 0.0%, investito in Ghia e acquisito quote in Almave, il (o la?) tequila analcolico di Lewis Hamilton, e in altri brand.5

    Il messaggio è uniforme: stiamo perdendo sull’alcol, stiamo comprando sul no/lo.


    Non è una rivoluzione. È un’acquisizione.

    Same old capitalistic shit.

    La narrativa ufficiale dice: i big si stanno evolvendo, stanno incontrando il consumatore dove si trova, stanno diversificando responsabilmente.

    La narrativa reale è più scomoda.

    Stanno usando i profitti dell’alcol, ancora enormi, ancora dominanti, per acquisire i brand che li sfideranno. Stanno comprando la disruption prima che diventi abbastanza grande da fargli davvero male. Stanno consolidando il controllo su un settore che, almeno in superficie, sembrava avere una logica alternativa.

    La grande industria non muore quando cambia il mercato: compra il cambiamento, lo integra, lo neutralizza.

    Big Pharma fa così con le biotech. Big Tech fa così con le startup. Big Alcohol sta facendo così con il no/lo.

    Il risultato? Tra dieci anni potremmo avere un mercato delle bevande analcoliche dominato dagli stessi quattro o cinque conglomerati che oggi ci vendono Jameson e Moët.

    Etichette diverse.
    Stessa struttura di potere.

    La cara Masarin dice una cosa giusta: i grandi non dovrebbero inseguire i trend con spin-off diluiti, ma restare fedeli a chi sono.

    Pernod lo fa, dice. Perché sanno da dove vengono: il pastis, il Mediterraneo, l’aperitivo, quella luce estiva specifica. Hanno un hub R&D nel sud della Francia, una linea produttiva dedicata, una visione.5

    È un’osservazione sensata sul piano culturale. Ma vale la pena chiedersi: fedeli a chi? A cosa?

    Pernod Ricard è una corporation quotata in borsa con 11,6 miliardi di euro di fatturato e un debito netto di oltre 12 miliardi.6

    La sua fedeltà non è al pastis: è agli azionisti.

    Quando Masarin dice che spera di essere acquisita da Pernod, non sta sognando un futuro migliore per il bere. Sta descrivendo l’exit strategy di una startup nel linguaggio romantico del territorio e dell’identità.

    Non è una critica, ovvio. È la condizione strutturale del no/lo come industria.

    Vuoi costruire qualcosa di alternativo?
    Il sistema ti finanzia, ti distribuisce, ti compra.
    E poi decide se sei una linea di prodotto o un esperimento da archiviare. O da svuotare nel water come la bottiglia di Gin della Lidl dopo la festa delle superiori.

    La domanda che rimane aperta.

    Quando un big dell’alcol compra Ghia, o Ghia-equivalente, cosa succede al progetto culturale che c’è dentro?

    La risposta non è scontata in nessuna direzione. Seedlip dopo Diageo è ancora Seedlip? French Bloom dopo LVMH è ancora French Bloom?

    Ma il rischio non è la qualità del liquido. NON SOLO.

    È che la posta in gioco diventi distributiva invece che culturale. Che il «bere meglio» diventi uno slogan invece che una posizione. Che chi ha costruito il no/lo come spazio critico ( eculturale, politico, sensoriale) si ritrovi a fare marketing per un conglomerato.

    Il capitalismo non distrugge le idee buone.
    Le compra.
    E le mette sullo scaffale accanto a quelle che non lo sono.

    Masarin lo sa anche questo, immagino. Per questo spera che comprino, e nel frattempo costruisce qualcosa che valga la pena comprare.

    La domanda è: noi, nel frattempo, che facciamo?


    Note

    1 IWSR Drinks Market Analysis, Global Alcohol Trends 2024. Dati riportati in The Spirits Business, settembre 2024.

    2 Diageo, Press Release: Diageo expands leading position in non-alc spirits with acquisition of Ritual Zero Proof, 25 settembre 2024. diageo.com

    3 Constellation Brands, Press Release: Constellation Brands Makes Ventures Investment in Hiyo, 20 febbraio 2025. cbrands.com

    4 Moët Hennessy, Press Release: Strategic Investment in French Bloom, 2 ottobre 2024. prnewswire.com

    5 The Spirits Business, Pernod Plans Zero-ABV Expansion, febbraio 2024. thespiritsbusiness.com. Vedi anche Global Corporate Venturing, Non-alcoholic drinks sector gets more fizz, agosto 2024. globalventuring.com

    6 Pernod Ricard, FY24 Annual Results, agosto 2024. Fatturato netto €11.598 miliardi, debito netto €12.050 miliardi a dicembre 2024.

  • Biofach 2026

    Il bio della marmotta.

    La stavi aspettando la newsletter su Biofach?
    Non mentire.

    Norimberga a febbraio è sempre uguale, e forse è giusto così.
    Bella ma non ci vivrei.
    Beh, forse manco tanto bella.

    Chi c’era al Biofach fatto d’estate?
    Anche Norimberga può avere un po’ di senso con un po’ di sole.

    Torniamo a noi. Fuori il freddo tedesco che ti ricorda che l’agricoltura è una cosa seria e “sotto la neve pane”, dentro i padiglioni caldi, saturi di odori familiari (ma non parliamo dei bagni uomini della fiera) – semi tostati, pane ai cereali, creme di frutta secca, tisane, same old story – e di conversazioni che iniziano sempre con “come va il mercato?”, “gente?”, “ordini?”, e finiscono con “vediamo dopo la fiera, io venerdì smonto alle 10 e tuttiacasa”.

    Italian style.

    Il (o la? per me il) Biofach è una specie di rito collettivo del biologico europeo: ci si torna ogni anno, si ritrovano le stesse persone, si percorrono gli stessi corridoi, si pronunciano le stesse parole chiave.
    E’ sempre fottutamente uguale.
    Com’è rassicurante questo bio, signora mia.
    E proprio per questo è un ottimo termometro.

    Quest’anno il termometro segnava maturità. Non entusiasmo, non crisi, ma maturità. Un po’ divano e copertina, insomma.

    Camminando tra gli stand si sentiva un brusio costante, una colonna sonora fatta di frasi che non erano lamentele rabbiose, ma constatazioni adulte, forse rassegnate: meno gente del previsto, o almeno così sembrava; tanti incontri, pochi ordini, tanti che vogliono vendere e pochi comprare; sempre gli stessi buyer che girano (buyer, quali buyer?); molto networking, poco cash.

    Non è una tragedia, almeno c’è poca gente in giacca e cravatta.
    Forse è il suono di un settore che ha smesso di crescere per euforia e ha iniziato a crescere per inerzia strutturale. La parola che tornava più spesso non era “innovazione”, ma “continuità”.

    Un po’ di foto random di cose strane.

    Anche il tempo della fiera è diventato oggetto di riflessione. Quattro giorni, dicevano in molti, sono tanti. Due bastano per vedere tutto, tre diventano una coda lenta in cui si ripassano gli stessi corridoi con meno energia e più caffè broda, il quarto è il giorno dello sgombero e dell’accattonaggio. È un dettaglio, ma dice qualcosa: quando un evento diventa sistema, non ha più bisogno di essere maratona.

    Dal punto di vista merceologico e delle tanto agognate novità, la sensazione era quella di un grande déjà-vu.

    Solita frase che mi sento dire dai colleghi dal 2005 a oggi: “Riccardo, visto qualcosa di interessante?”
    Adesso devo vedere cosa avevo scritto lo scorso anno, forse le stesse cose.

    La frutta secca e le creme di frutta secca continuano a occupare una porzione importante dello spazio fisico e mentale del bio europeo; cambiano i packaging, si aggiornano i claim, si raffinano le texture, ma la sostanza resta simile. Non è una critica, è la natura stessa delle materie prime “commodity”: si evolvono lentamente. Se qualcuno cercava la rivoluzione, probabilmente l’ha mancata; se cercava conferme, le ha trovate in abbondanza.

    Il Biofach da almeno tre anni forse più sembra vivere in questa modalità da “giorno della marmotta”, con micro-variazioni annuali che non spostano l’asse ma lo consolidano.

    Le differenze, se ci sono, vanno cercate nelle pieghe. Il beverage, per esempio, sta lentamente cambiando tono: un po’ più No/Lo, più kombucha, più tè frizzanti, più bitter analcolici e aperitivi botanici, insieme a una presenza ormai strutturale di birre analcoliche che non sono più esperimento ma categoria.
    Non è un’esplosione, è un incremento progressivo, come se il biologico stesse iniziando ad accettare che il centro sociale del bere non coincida più necessariamente con l’alcol. È un segnale sottile, ma culturale. O forse non è tanto il bio ma il bio dei giovani e del nord Europa, perchè in Italia il bio è ancora molto wine-oriented.

    Parallelamente cresce l’ossessione per le fibre e per l’upcycling: cereali, frutta e verdura trasformati in ingredienti funzionali, scarti che diventano valore, cicli che si chiudono con una certa eleganza tecnica. È un biologico meno romantico e più ingegneristico, meno utopico e più operativo. Anche i dolcificanti raccontano questa fase: polveri di frutta, zuccheri naturali disidratati, soluzioni che promettono dolcezza compatibile con un metabolismo sempre più osservato, misurato, controllato.

    E poi c’è la pancia, che è diventata il vero centro narrativo dal Covid a questa parte. Fermentazioni, microbioma, comfort digestivo, equilibrio interno: il cibo non deve più stupire, deve reggere. Non siamo più nell’epoca dei superfood esotici che promettono performance straordinarie (Maca? what?), ma in quella della manutenzione quotidiana. In un mondo instabile, la stabilità del microbioma diventa un valore quasi politico.

    BIOFACH 2026 è stato meno divertente del solito, con più musi lunghi e meno risate nei corridoi, same old boring thing. Il biologico è ormai abbastanza grande da essere un’industria e abbastanza maturo da comportarsi come tale, e la fiera riflette questa condizione: meno storytelling enfatico, più infrastruttura; meno promesse di svolta, più gestione della complessità. Si può leggere come noia, oppure come normalizzazione.

    La domanda che resta sospesa, tornando a casa con il badge buttato dietro il sedile passeggero di Marco, non è se il biologico crescerà – continuerà a farlo, lentamente e con metodo – ma se saprà evitare di diventare semplicemente una categoria di scaffale ben regolamentata. Forse il vero rischio non è la crisi, ma la ripetizione senza immaginazione. E forse, paradossalmente, la maturità del bio passa proprio da qui: accettare di essere sistema rimanendo novità.

    BIOFACH resta un punto di riferimento, anche se sempre più una fiera da lavoro e sempre meno una fiera da entusiasmo. Solida, affidabile, un po’ ripetitiva. Come le stagioni agricole. Come certi mercati. Come il biologico quando smette di essere ribelle e inizia a essere struttura.

  • NO/LO × SALINITÀ

    Salinity Sells.

    Oggi qui su No/Lo Bolo (same old shit, forse dovrei unire le due newsletter, tanto ormai, ma poi tra poco tutto sarà solo su www.riccardoastolfi.it, ormai qui su Substack ci arriverà pure Trump temo)…dicevamo, oggi qui su No/Lo Bolo parliamo di una rabbit hole che tutti gli appassionati di vino si ripetono da anni nei corridoi sudati delle fiere Raw Wines: salinità.

    E da qualche settimana questa parola la trovi ovunque – nei titoli di Decanter, nei post di Food & Wine, nei tweet che urlano “salinity sells”. Non è più solo “c’è sale nel bicchiere”, senti il mare, senti la sabbia; è una promessa sensoriale, un’etichetta che racchiude il desiderio di freschezza, di leggerezza, di sentirsi in sintonia con il cibo.

    la parola del momento, il talismano di un’epoca che vuole sentirsi “marina, minerale, sapida”, che vuole che il palato si attivi come un’antenna radio verso qualcosa di più grande.

    Ma dietro il clamore c’è qualcosa di più concreto? Forse.

    Gli studiosi dell’Università di Reading hanno setacciato migliaia di note di degustazione e hanno scoperto che le menzioni di “minerality” stanno svanendo, mentre quelle di “acidità” e “salinità” crescono. L’effetto non dipende dall’annata del vino, ma dall’anno in cui lo si degusta: è la cultura che cambia, non la chimica.

    E’, come sempre, la narrazione che modifica la realtà. Un po’ come 1984, ma non c’osì tanto.

    Wine Enthusiast ci ricorda che la percezione di salinità non è legata alla vicinanza al mare né alla quantità di sale nel calice; è una miscela di acidità, amaro, fenoli, texture e, soprattutto, delle aspettative che tutti noi portiamo con noi. In altre parole, la salinità è una costruzione sensoriale alimentata tanto da fattori chimici quanto da narrazioni condivise.

    Qui entra in gioco il mio? nostro? progetto No/Lo, la bevanda analcolica che vuole dimostrare che si può avere carattere senza alcol. Il problema è che senza quella “presenza” tipica dell’alcol, il mercato ci chiede comunque una terza dimensione: qualcosa che renda la bevanda una vera compagna di tavola, non solo un semplice rinfresco, aperitivo, performance.

    È qui che la salinità, trasformata da moda a strumento, può fare la differenza.

    Immagina allora di costruire la tua “salinità” analcolica con tre leve che non hanno nulla a che fare con il sale. Prima di tutto, una acidità stratificata: malico, citrico, tartarico, tutti in sequenza, creando una tensione che il palato interpreta come “salina”. Il verjus, quell’uva non fermentata con una delicata acidità, è il nostro primo alleato, un condimento che parla di freschezza senza urlare. Ma poi ce ne sono tante, mica posso dirtele tutte.
    Poi, una texture e un amaro leggero: tannini sottili, estratti vegetali, una carbonazione fine. Questi elementi danno al sorso quel “morso” che il cervello traduce in sapidità, anche se non c’è sale reale. Infine, l’umami enzimatico. Grazie al koji (Aspergillus oryzae) – la tecnologia che ha già rivoluzionato la cucina giapponese (signore mi pento per aver scritto rivoluzionato) – liberiamo aminoacidi e non solo che conferiscono una sapidità percepita, una profondità che non si può ottenere con un semplice sale. La serie Koji Rice 2 di MURI è la prova che l’enzyme‑driven umami può arricchire la struttura gustativa senza tradire il principio di “no‑salt”.

    Mettendo insieme acidità, morbidità e umami, la salinità diventa un’esperienza multisensoriale: la acidità spinge, l’amaro taglia, l’umami avvolge. Il risultato è una bevanda che “parla al cibo” come fa un vino “salino”, che non si limita a spegnere la sete ma invita a una conversazione gustativa.

    AS USUAL, c’è un pericolo che non possiamo ignorare. Ogni moda ha la tendenza a trasformarsi in un’etichetta vuota, in un claim pubblicitario che si ripete fino a perdere significato. Se la salinità diventa solo una parola stampata su una confezione, ricadiamo nella stessa trappola di standardizzazione che abbiamo denunciato con l’enshittificazione delle piattaforme digitali. Non vogliamo che il consumatore senta “salino” e non percepisca nulla di più; non vogliamo che tutti i brand inseriscano “salinità” nei loro copy, cancellando le differenze genuine. La nostra sfida è mantenere la salinità come obiettivo sensoriale, non come slogan. Deve emergere dal bilanciamento delle tre leve, non da un’aggiunta di sale o da una frase di marketing.

    Alla fine, la salinità è prima di tutto una costruzione linguistica, ma dietro c’è una base reale: acidità, amaro, texture e umami. Per il No/Lo può diventare una strategia di design, un modo per dare profondità a una bevanda che altrimenti a volte rischierebbe di essere solo un “altro liquido”. Se riusciamo a trasformare la parola in esperienza, se riusciamo a far parlare il palato con la stessa intensità con cui i manifesti degli anni ’90 gridavano contro il conformismo, allora avremo scritto il nostro piccolo atto di ribellione.

    Che ne pensi?

  • Il cibo può enshittificarsi?

    Appunti gastrocenici per non diventare una monocoltura

    Negli ultimi giorni mi è capitato di leggere un testo che parlava di web, piattaforme, newsletter, Substack.
    Un testo che, sulla carta, non aveva nulla a che fare con il cibo.

    E invece, mentre lo leggevo, succedeva una cosa strana: le parole uscivano dallo schermo, entravano in cucina, aprivano i cassetti, guardavano gli ingredienti e facevano domande.

    Il termine che tornava sempre era enshittificazione.
    Brutto, inelegante, perfino infantile. Proprio per questo efficace.

    È un termine reso popolare da Cory Doctorow per descrivere cosa succede alle piattaforme digitali: nascono per le persone, crescono, devono monetizzare, cambiano le metriche, e a un certo punto smettono di servire chi le usa. Non peggiorano di colpo: vengono ottimizzate fino a perdere senso (Cory Doctorow).

    Leggendo, mi sono chiesto una cosa semplice:

    questa dinamica riguarda solo il digitale
    o il cibo ci è dentro da anni senza che ce ne accorgiamo?

    Spoiler: sì, il cibo si enshittifica.
    E lo fa con una naturalezza impressionante.


    Un food brand che nasce bene – bene davvero, non “bene da pitch” – di solito nasce così: pochi prodotti, ingredienti scelti, una pratica chiara, una relazione diretta con chi mangia.
    Non ci sono KPI, c’è gusto.
    Non c’è posizionamento, c’è una cucina, un laboratorio, un campo.

    Poi cresce.

    E crescere, di per sé, non è una colpa.

    Il problema è come cresce.
    E soprattutto per chi.

    A un certo punto entrano nuove parole nel vocabolario quotidiano: prezzo a scaffale, rotazione, shelf life, affidabilità logistica, uniformità.
    Il sistema chiede prevedibilità.
    Chiede che tutto sia uguale, sempre.

    Non chiede profondità.
    Non chiede biodiversità.
    Non chiede complessità.

    Ed è qui che succede il passaggio più delicato: il prodotto smette di essere pensato per chi lo mangia e inizia a essere pensato per il sistema che lo deve far girare. GDO, piattaforme, delivery, distributori.

    Non per cattiveria.
    Per sopravvivenza.

    Nel web succede quando una piattaforma smette di ottimizzare per le persone e inizia a ottimizzare per l’attenzione.
    Nel cibo, l’attenzione si chiama prezzo, volume, standard.


    Nel testo da cui sono partito c’è una metafora ecologica molto forte: monocolture digitali contro biodiversità culturale.

    Nel food questa non è una metafora.
    È letterale.

    Secondo la FAO, nel corso del Novecento abbiamo perso circa il 75% della biodiversità agricola mondiale (FAO, The State of the World’s Biodiversity for Food and Agriculture).
    La dieta globale oggi si regge su pochissime specie vegetali dominanti.
    Non perché siano le migliori, ma perché sono le più gestibili dal sistema.

    Stessa dinamica, altro campo:

    pochi ingredienti vincono
    pochi gusti diventano “accettabili”
    pochi formati superano le barriere di ingresso

    Il resto viene raccontato come nicchia, folklore, romanticismo.
    O sparisce.


    C’è poi un livello ancora più sottile, che riguarda la performatività.

    Nel web, quando le piattaforme iniziano a premiare like, feed, visibilità, i contenuti si appiattiscono.
    Non perché chi scrive sia meno capace, ma perché il sistema incentiva certi comportamenti.

    Nel food succede la stessa cosa: packaging instagrammabile, claim rassicuranti, valori facili da raccontare.
    La radicalità diventa estetica, non pratica.

    È il momento in cui il racconto prende il posto del processo.

    La Commissione Europea parla apertamente di greenwashing e health washing come fenomeni sistemici, non come deviazioni occasionali (European Commission, report su green claims).
    Non è una questione morale.
    È una questione di incentivi.


    Il testo che mi ha fatto partire questo ragionamento propone una possibile via d’uscita: giardini invece di piattaforme, biodiversità invece di monocoltura, rewilding invece di ottimizzazione.

    Nel food questa cosa esiste già, ma non è comoda.

    Si chiama filiera corta vera, non quella dei comunicati stampa.
    Si chiama accettare l’irregolarità, la stagionalità, il fatto che non tutto deve crescere.
    Si chiama rinunciare a una parte della scala per non perdere il senso.

    La letteratura sulle alternative food networks lo dice chiaramente: questi sistemi funzionano solo quando non cercano di imitare l’industria, ma accettano di essere altro. Più piccoli, più fragili, ma spesso più resilienti (Goodman et al., Alternative Food Networks, Routledge).


    A questo punto vale la pena dirlo fino in fondo, senza girarci troppo intorno.

    L’enshittificazione del cibo non è un incidente di percorso.
    È il risultato coerente di un sistema economico che tratta il cibo come una merce qualsiasi, una commodity da ottimizzare, scalare, astrarre.

    Il capitalismo industriale applicato al cibo non tollera la complessità: la riduce, la semplifica, la comprime.
    Non perché sia cattivo.
    Perché funziona così.

    Il problema non è che “alcuni brand si vendono”.
    Il problema è che il sistema premia chi si vende meglio, non chi fa meglio.

    Quando parliamo di biodiversità, di filiere corte, di stagionalità, non stiamo facendo poesia.
    Stiamo parlando di redistribuzione del potere: chi decide cosa si coltiva, cosa si mangia, cosa arriva sugli scaffali, cosa sopravvive.

    Ogni standardizzazione è una scelta politica travestita da efficienza.

    In questo senso, difendere la complessità del cibo non è nostalgia.
    È un atto eco-socialista molto concreto.

    Significa accettare che non tutto debba crescere.
    Che non tutto debba diventare globale.
    Che non tutto debba piacere a tutti.

    Il capitalismo ama le monocolture perché sono controllabili.
    Le monocolture digitali, le monocolture agricole, le monocolture del gusto.

    La biodiversità, invece, è disordinata, resistente, poco prevedibile.
    E per questo è politica.

    Forse l’unico vero antidoto all’enshittificazione del cibo non è fare “prodotti migliori”, ma accettare sistemi meno performanti, meno lisci, meno ottimizzati.
    Sistemi che lasciano spazio all’errore, alla differenza, alla relazione.

    Sistemi che non promettono di conquistare il mondo,
    ma di nutrire decentemente chi c’è.

    Il cibo non deve vincere.
    Deve durare.

    E durare, oggi, è già una forma di resistenza.